Associazione Cuochi Penisola Sorrentina

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Rapida guida alle specialità tipiche

BABA'
Il grande dolce che non ha il problema del dover essere, quello che meno si proclama e più è. Un assoluto di morbidezza.

MADDALENA
Forse lo stampo originario di questo dolce fu trovato negli scavi di Pompei e portato in Francia.

PASTIERA
Un dolce napoletano legato ad un rito pasquale primaverile. La semplicità popolare del grano esaltato dalla crema pasticciera e dal profumo dell'acqua millefiori.

RAFFIOLI E MOSTACCIOLI
Due dolci del Natale napoletano.

SANTAROSA
Un dolce femminile, inquietante e provocante messaggio d'amore, nato nel '600 in un convento della costiera Amalfitana. Una delle spirali si fa fessura e lascia prorompere all'esterno una lingua di crema, ornata da amarene ruscellanti.

SFOGLIATELLA
Inventata a Napoli ai primi del novecento dal cavalier Pintauro, è in realtà una riforma "moralizzatrice" della più prorompente e sensuale Santarosa.

ZEPPOLA DI SAN GIUSEPPE
Si fanno a Napoli il 19 marzo, nelle due versioni: fritta e al forno.

PIZZA
La leggenda sulla nascita di questo piatto, ormai internazionalmente noto, risale alla notte dei tempi, e vuole che fin dall'epoca neolitica fosse invalso e diffuso l'uso di nutrirsi impastando la farina con l'acqua e cuocendo sulle pietre arroventate dal sole la primordiale "focaccia". Spetta senz'altro ai napoletani il merito di averla importata (sempre allo stato primordiale) dai paesi del levante e dell'Asia minore.
 E' tra le rovine dell'antica Pompei, infatti, in via dell'Abbondanza che troviamo le prime tracce di qualche bottega che richiama alla mente le nostre antiche caratteristiche pizzerie, e fra gli scavi è stata rinvenuta una statuina che, per atteggiamento, è stata identificata come quella di un "pizzaiolo". Nel '500, con l'introduzione in Europa del pomodoro dal Perù. la cosiddetta "schiacciata" divenne "pizza" acquistando l'inconfondibile gusto e la vivace decorazione. Per tutto il '600 l'aroma di questo alimento si spande nei vicoli della Napoli greco-romana, dove fino a tarda sera sotto le vibranti dita di certe grasse popolane schioccano le bianche "pettole" così spianate. Dal '700 la pizza perse la sua connotazione di alimento popolare entrando nelle grazie delle damine, dei cavalieri e dei cortigiani. 

PASTACRESCIUTE - CROCCHE' - CIURILLI - PIZZETTE
Morbide e dorate le pastacresciute, crocché, "ciurilli", pizzette e graffe. Sempre calde, sempre croccanti.

Sicuramente il cibo per i napoletani è una delle cose per cui val la pena di vivere.

Eppure la cucina napoletana è composta da pietanze semplici, dal gusto tutto mediterraneo. In realtà anche la cucina partenopea ha subito le influenze di quanti, sin dalla sua fondazione, volevano insediarsi in quello che, a ragione, era considerato il più bel golfo d'Italia. Etruschi, Fenici, Greci, Romani, Bizantini, Goti, Vandali, Longobardi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Arabi, Saraceni, Spagnoli, Francesi, Inglesi, Piemontesi e Americani. Tutti hanno lasciato almeno una traccia nel linguaggio, nelle abitudini, nella cucina. Tutti si sono infine amalgamati in un unico mélange in cui pasta, olio d'oliva, verdure, pane integrale, agrumi fanno da padrone. Immergiamoci, dunque, in questi sapori, scoprendone anche le origini. 

LE SALSE

Il ragù
Dal francese ragout è il caposaldo culinario della cucina napoletana, protagonista indiscusso del pranzo domenicale (Pane M.). Intere generazioni di napoletani hanno dissertato sulla ricetta di questa salsa nata dalle esperienze di cuochi antichi, anche a seguito dell'arrivo del pomodoro dalle Americhe. Pomodoro e carne cotti a fuoco lentissimo per ore e ore. Il gamboncello o le tracchie, la carne di manzo o di maiale, le braciole o il lardicello? Dubbio amletico ma risolvibile. Essenziali sono l'olio d'oliva, l'aglio, la cipolla, la carota, il sedano, il prezzemolo, il basilico, 1 kg di pomodori freschi, un cucchiaio di zucchero di canna, qualche chicco di uva passa.
Il ragù richiede parecchi elementi d'obbligo. Prima di tutto la conserva di pomodoro, il "doppio concentrato" è, in un certo senso, una imitazione industrializzata della "conserva": in mancanza di quella autentica, casalinga che si fa solo a Napoli e in Campania, può essere usato anche il "doppio concentrato".
La preparazione della conserva non è difficile, per chi disponga di pomodori a fiaschella prodotti negli orti concimati dal Vesuvio, dal sole che brilla sulle terre dell' Italia meridionale nel mese di Agosto, e di ampie terrazze o di comodi balconi. Si lessano dieci o quindici chili di pomodori S. Marzano. Si passano  strizzando fortemente le pelli e i semi. La salsa così ottenuta si mette in grandi piatti e si espone al sole ad asciugare: non per ore, ma per alcuni giorni; cioè, fino a che la salsa, che verrà man mano raccolta in un numero sempre minore di piatti, non si sarà concentrata e addensata come una manteca, di un colore rosso bruno cupo.
La conserva si pone in vasetti di creta, frammista a foglie di lauro. Secondo elemento d'obbligo, è la Sugna, che è lo strutto fatto in casa, col lardo di maiale liquefatto in grandi caldaie, e messo a rapprendere in vasi di creta, anch'esso con foglie di lauro. Il terzo elemento d'obbligo, il pignato di creta, la marmitta di coccio. L'esecuzione del ragù napoletano è molto semplice; non richiede che pazienza. Si fa soffriggere nel pignato una cipolla affettata con una carota e un cuore di sedano ben triturati. Si pone sul soffritto un bel pezzo di lombo di vitellone, che a Napoli si chiama annecchia, cioè vitella di un anno, ben legato e con adeguata quantità di sugna.
Si versa una salsa di pomodoro fresco molto liquida, o del "doppio concentrato" diluito, fino a coprire il pezzo di carne. Si fa bollire a fuoco lento, a pignato coperto; si rimesta di tanto in tanto con un cucchiaio di legno. Man mano che il sugo si consuma, lo si rinfresca con qualche cucchiaiata d'acqua aggiungendo una cucchiaiata o due di conserva e un po' d'olio. Si fa poi consumare a lungo, fino a che la salsa abbia raggiunto un certo grado di densità e un bel colore bruno.

La genovese
A dispetto del nome è una salsa squisitamente napoletana. Anche per questa salsa diverse sono le scuole di pensiero su quale pezzo di carne sia meglio utilizzare, su come affettare le cipolle per garantire il vero colore a manto di monaco, su quante ore o giorni debba cuocere la salsa, in quali ore del giorno o della notte. In realtà la genovese, come il ragù si può fare finta, cioè senza carne, è più leggera ed ugualmente gustosa. Essenziali 8 cucchiai d'olio d'oliva, due spicchi d'aglio, cinque carote, due belle cipolle, tre coste di sedano, 200 grammi di pomodoro pelato, prezzemolo, un pugnetto di uva sultanina, sale e un pizzico di pepe bianco.

LE ZUPPE
A seguito della dominazione francese nella cucina napoletana furono introdotte le zuppe in brodo, considerate una leccornia per ricchi, in quanto polli o carni erano pressoché inaccessibili ai plebei. La fantasia dei napoletani non è venuta meno e si scoprì che il brodo si poteva fare anche con ingredienti meno costosi, come la cotena (cotica di maiale) o il polpo. Ancora oggi nei vicoli di Napoli, soprattutto in inverno, si trovano bancarelle che vendono 'o bror'e purpo (brodo di polpo).
Su un fornellino a carbone, in una pentola che fuma in continuazione un grosso polipo si fa cuocere in abbondante acqua, qualche cucchiaio di olio d'oliva, peperoncino e sale. Il brodo si gusta sorseggiandolo da un bicchierino oppure versandolo su un tozzo di pane raffermo avendo cura di non far cadere una sola goccia a terra. L'impepata 'e cozze (zuppa di cozze) è un classico della cucina marinara napoletana a dispetto del vibrione del colera che periodicamente tenta di scoraggiare i buongustai. Le cozze vengono bollite in abbondante acqua salata, generosamente condite con pepe e servite fumanti. Ingredienti: 2 kg. di cozze, olio, pepe.
Lavate accuratamente le cozze, raschiando via i depositi con un coltello. Mettetele a fuoco vivo in una casseruola con un filo d'olio fino a che si apriranno. Servitele nel guscio e nel liquido che avranno emesso con molto pepe. La zuppa forte (soffritto) a dispetto delle sue origini è oggi un piatto di tutto rispetto. E' un piatto altamente calorico e molto piccante. La coratella di maiale viene tagliata a dadini e fatta rosolare insieme alla sugna, al peperoncino piccante e alla salsa di pomodori. Ingredienti per 6 persone: 2 kg. di polmone, trachea, milza, cuore di maiale, 100 g. di sugna, 1 cucchiaio di olio, 200 g. di concentrato di pomodoro, 1/2 bicchiere di vino rosso, 25 g. di conserva di pomodoro, 2 foglie di alloro, 1 rametto di rosmarino, sale, peperoncino, pane raffermo.
Prendete le interiora di maiale e tagliatele a pezzettini. Sciacquate accuratamente fino a che non saranno completamente ripulite del sangue. Fate riscaldare in una casseruola olio e sugna, quindi versate le interiora. Rosolate il tutto e quando cominceranno a colorirsi, aggiungete vino rosso, la conserva di pomodoro diluita, l'alloro, il rosmarino, il sale e il peperoncino. Cuocete a fuoco lento allungando di tanto in tanto con acqua calda. Versate la zuppa nelle scodelle con il pane raffermo.

PRIMI PIATTI
La pasta regna sovrana tra i primi piatti della cucina napoletana. Condita con i frutti della generosa terra partenopea o del mare che la bagna rappresenta il cavallo di battaglia della dieta mediterranea. Gli spaghetti alle vongole sono uno dei piatti più celebrati della cucina marinara napoletana. Gli spaghetti dovranno essere cotti al dente e ripassati nella padella in cui saranno state "scottate" le vongole. Ingredienti per 6 persone: 600 g. di spaghetti, 2 spicchi di aglio, 1 dl. di olio, 1 Kg. di vongole, pepe, prezzemolo.
Sistemate alcune vongole veraci in una casseruola, fatele aprire e spurgare sul fuoco. Togliete la casseruola dal fornello, asportate i molluschi dal loro guscio e lasciateli soffriggere nell'olio con l'aglio. Quindi cuocete al dente gli spaghetti e versateci sopra l'acqua delle vongole depositata nella casseruola, dopo averla filtrata e riscaldata. Aggiungete pepe, prezzemolo e servite. Nei racconti e nei sogni di Pulcinella non vi è tavola imbandita se no con montagne di gnocchi, avvinghiati a mozzarella filante affogati in salsa di pomodoro, parmigiano e basilico. Gli gnocchi di patate sono un particolare tipo di pasta di farina bianca e patate lessate, conditi con sugo di salsa di pomodoro e mozzarella fresca. Gli gnocchi alla sorrentina vengono passati in forno prima di essere serviti, in maniera da far sciogliere la mozzarella e renderla filante.
Spaghetti, aglio, olio e peperoncino sono il primo piatto più pratico e più gustoso della cucina napoletana. Gli spaghetti rigorosamente cotti al dente vengono ripassati in padella con olio d'oliva, numerosi spicchi d'aglio ed abbondante peperoncino forte. Pasta e fagioli con frutti di mare. L’abbinamento di fagioli bianchi con frutti di mare potrebbe apparire poco piacevole, invece, risulta tra i primi piatti più succulenti della cucina partenopea.

SECONDI PIATTI
La cucina napoletana è cucina dalle pietanze povere, perciò meglio si esprime nella preparazione dei primi piatti, non mancano però modi fantasiosi di cucinare la carne in modo da renderli appetitosi ed ugualmente gustosi. Naturalmente come è tradizione nelle città marinare il pesce costituisce sempre un ottimo secondo piatto, leggero, appetitoso e ...caro. Le braciole di carne sono un tipico piatto di tutta la cucina italiana e a seconda della regione prendono nomi diversi: involtino, saltimbocca, bocconcino, ecc. (Pane, M.)
Cotte nel sugo di pomodoro accompagnano spesso il ragù nel pranzo domenicale. Il gattò di patate (dal francese gateau) costituisce spesso un piatto unico. La ricetta canonica prescrive oltre alle patate (indispensabili) anche il prosciutto cotto, il salame, il capicollo, le cervellatine sbriciolate. La versione economica prevede la cosidetta 'a repubblica composta da diversi tipi di formaggio italiani (da cui il nome repubblica) tagliati a dadini che vengono impastati insieme alle patate lessate, alle uova e al latte. L'impasto così composto viene infornato e servito dopo averlo lasciato "riposare" per qualche minuto. Il "Gattò" va servito freddo.

Il polpettone di carne è uno dei "piatti finti" della cucina napoletana. la carne macinata, in realtà, serve solo da collante al pane raffermo imbevuto d'acqua e a qualche uovo. Una spruzzata di parmigiano grattugiato, l'immancabile prezzemolo, qualche spicchio d'aglio, un pizzico di sale e di pepe, una manciata di uvetta passa e qualche pinolo rendono l'impasto veramente gustoso.

La parmigiana di melanzane è, a torto, considerata un contorno. in realtà, la composizione estiva culinaria più bella della cucina napoletana può a tutti gli effetti essere considerata un secondo piatto ricco e gustoso. La ricetta prende il nome dal famoso formaggio emiliano che le dà gusto e sapore.

LE FRITTURE
Le fritture accompagnano spesso le passeggiate dei napoletani per le strade del centro. Non è difficile, infatti trovare friggitorie sparse per la città o addirittura ambulanti. E' tipico il carrettino che lascia dietro di sé una scia di odore di olio bollente in cui sono stati immersi panzarotti e pizzelle cresciute. Sicuramente non più tossici delle patatine fritte prodotte dalle catene di fast food americani, possono aiutare a spegnere i morsi della fame nei momenti più impensati.

La frittata di maccheroni è, invece, un classico della cucina partenopea dove nulla va sprecato e se avanza della pasta la si può friggere in olio bollente con un po' di fiordilatte. La parte superiore delle zucchine simile ad un fiore giallo rappresenta l'ingrediente principale delle frittelle di fiori di zucchine, mentre la mozzarella in carrozza consiste di fette di pane imbottite di mozzarella, indorate nel giallo d'uovo e fritte in olio bollente. La cucina marinara oltre alla classica frittura di pesce propone le frittelle di cecenielli, le alici indorate e fritte e le frittelle di alghe.

I DOLCI
La tradizione napoletana impone che per ogni festività ci sia un dolce. La pastiera è il dolce di Pasqua, l'impasto interno è composto da zucchero, ricotta, grano, canditi, cannella e essenza di fiori d’arancio. L’esterno è di pasta frolla disposta in modo da disegnare dei quadrati regolari.

Il sanguinaccio con il migliaccio è per il Carnevale. All'apparenza sembra una mousse di cioccolato, in realtà l'ingrediente principale prima che fosse vietato per motivi di igiene era il sangue di maiale che misto al cacao e allo zucchero produceva questo miscuglio dal sapore delicato e forte allo stesso tempo.

Le zeppole sono il dolce di San Giuseppe (19 Marzo), sono ciambelle fritte o cotte al forno guarnite di crema pasticciera. Roccocò, susamielli e struffoli concludono il pasto natalizio. Simili a biscotti mandorlati, la caratteristica sia dei primi che dei secondi è di essere durissimi e difficili da tagliare. Gli struffoli invece sono palline di pasta dolce, fritte e passate nel miele, poi sommerse da una pioggia di confettini e canditi.

Ma il re indiscusso della pasticceria napoletana è il babà. Con la sua classica forma cilindrica, imbevuto di rum o imbottito di panna è sempre presente in tutte le pasticcerie napoletane.

La regina della pasticceria è, invece, la sfogliatella inventata secondo la tradizione proprio nei vicoli del centro antico dalle monache di clausura del convento di Santa Chiara. Frolla o riccia cosparsa di zucchero è una vera e propria delizia.

 
 

Una cucina galante e casareccia

"...a Parigi si sospira, a Napoli si inghiotte; a Parigi si deglutisce, a Napoli si mangia". Così Sthendal descrive i piatti partenopei dell' '800.

Nel 1801 esce una riedizione aggiornata de "Il Cuoco galante" di Vincenzo Corrado, cultore di gastronomia napoletana. La novità di questa edizione, che conferma la presenza di una cucina napoletana ancora legata ai fasti dell'abbondanza, a scapito della qualità, è la presenza delle patate. Il libro che, secondo l'autore, è stato scritto per vieppiù soddisfare gli uomini di buon senso e di buon gusto, avrà, come le edizioni precedenti, una discreta diffusione.

Nel 1817, l'editore napoletano Saverio Giordano stampa La Cucina Casareccia per istruzione di chi ama unire al gusto la economia. E' una "opericciola" - così la definisce l'editore-stampatore - di appena 88 paginette. L'autore si nasconde dietro la sigla M.F.. Il successo è notevole: ben sei ristampe in un anno, seguite da una settima nel 1820. Infine, nel 1832, vi sarà un'ottava edizione, al prezzo di 20 grana.

Quest'ultima edizione è "...corredata di altri modi di condir vivande al gusto francese ricavate dal Manuale del Cuoco e della Cuciniera di M. Cardelli". Di questa edizione accresciuta ne dà notizia il Giornale delle Due Sicilie del 19 dicembre 1817, tra gli avvisi particolari (una rubrica particolarmente seguita dai lettori). Il riferimento alla cucina francese è destinato ad attrarre l'attenzione e l'interesse dei potenziali acquirenti dell'opera. Il furbo editore vede ricompensata la sua fatica da uno strepitoso successo (si presume che abbia venduto oltre un migliaio di copie), dovuto all'insolito accoppiamento della nobile cucina francese con la plebea cucina napoletana. Lo sconosciuto "M. Cardelli", autore del "Manuale", altri non è che Henry Louis-Nicolas Duval, scrittore parigino di romanzi e memorie, insignito della Legion d'Onore, segretario di Emanuel Augustin Dieudonné conte di Las Cases, che era stato al fianco di Napoleone in esilio ed aveva scritto il celeberrimo "Memoriale di Sant'Elena", alla cui stesura (in otto volumi, pubblicati nel 1823) Duval aveva collaborato.

Insomma, l'accostamento tra Duval-Cardelli e "M.F.", e tra l'alta cucina francese e la popolare cucina napoletana non appare irriguardoso. In realtà si scopre che tra le due scuole culinarie non poche sono le analogie, anche come scelta di ingredienti e raffinatezza di gusti. Con due vantaggi, per Napoli: la sostanza rispetto alla forma, quest'ultima privilegiata rispetto alla prima dai cugini d’oltralpe, e i bassi costi. Sui sapori e sulla digeribilità, invece, la discussione resterà aperta.

A Parigi si ammira, a Napoli si morde; a Parigi si sospira, a Napoli si inghiotte; a Parigi si deglutisce, a Napoli si mangia!. Con questa icastica definizione Stendhal, che è un francese che ama Napoli, confermando di essere dotato di un incommensurabile spirito di contraddizione, apre e chiude il discorso comparativo sulle due cucine-cugine. La furbizia dell'editore Saverio Giordano sta proprio nell'inventare uno pseudonimo regnicolo - l'inesistente "M. Cardelli" - per nascondere un esistente autore straniero, Duval, per giunta francese.
 Con questo accorgimento evita un eventuale ostacolo rappresentato da un intervento censorio delle autorità di polizia: sono trascorsi, infatti, appena due anni dalla fucilazione di Murat, e a Napoli i Borbone hanno sollecitato la massima attenzione su qualsiasi cosa che provenga dalla Francia.

Giordano non vuol correre il rischio di veder bloccata la distribuzione del libro a causa di indagini che potrebbero protrarsi per mesi. Evita anche un secondo ostacolo, consistente in un intervento fiscale, previsto sui libri provenienti dall'estero, anche se ristampati a Napoli, sui quali grava un dazio da 30 a 90 grana al volume. Ricorrendo a un autore napoletano inventato di sana pianta, l'editore si assicura un'ulteriore fetta di utile.

Il Matrimonio in cucina

Qui di seguito viene presentato un menù per il banchetto nuziale tipico della regione italiana della Campania.

Buffet: tartine, pizzette, grissini,e stuzzicherie varie.

Due antipasti che saranno a base di pesce(frutti di mare crudi,gamberetti) e di salumi (prosciutto,mozzarella,olive ricotta e melone).

I primi piatti saranno a base di pesce(risotto alla pescatora, spaghetti con vongole) e di carne e verdura (pennette all’ortolana, gnocchi alla sorrentina, ziti al ragù).

Anche i secondi piatti saranno a base di pesce (spigole, orate, cernia al forno con limone)e di carne(cosciotto di vitello, bistecca o filetto alla griglia).

Essi saranno sempre accompagnati da contorni:

per il pesce: patate bollite, insalata mista, finocchi gratinati, insalata di pomodoro;

per la carne: piselli al prosciutto, melanzane al funghetto, funghi trifolati misti di bosco.

Ci sarà poi il dessert alla frutta(frutta fresca di stagione o semi freddi al limone al torroncino, all’arancio).

Infine il dolce che consiste nella torta augurale accompagnata da spumante italiano.

Le bevande: il vino bianco e rosso della regione Campania tenendo conto delle proprietà organolettiche, l’acqua minerale e le bibite non alcoliche.

Per il buffet degli aperitivi vengono preparati diversi cocktails sia alcolici che analcolici a richiesta del cliente.

(prof. Antonio Miranda)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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